homobestiasong - 10:54 AM, Jul. 15, 2006 |
L’archeologia proibita dall’“evoluzione” della “specie bugiarda” "Gli ominidi non discendono dalle scimmie antropoidi, piuttosto gli scimmioni possono essere derivati dagli Ominidi" Bjorn Kurten Se ti capiterà un giorno di vedere citata la seguente storia scientifica nei sussidiari della scuola dell’obbligo (sulla cui copertina trovi in genere uno scimpanzé a sinistra, un distinto signore nudo a destra, e in mezzo, le varie fasi dell’ “evoluzione”) fammelo sapere. Sarai lautamente risarcito. CERTEZZE E IPOTESI La scienza non è mai riuscita a dimostrare che l’uomo discende dalla scimmia. Ciò nonostante nelle scuole di Stato è insegnato come normalità che l’uomo discenda dalle scimmie. In tal modo il cittadino viene subito “animalizzato” a dovere, dopo di che è facile cosa trasformarlo in suddito “contribuente”, contribuente… alla deficienza di massa. I genitori dovrebbero pertanto rifiutarsi di accettare che questa bufala scientifica venga ammannita nelle scuole dell’obbligo ai loro figli. Si tratta infatti di una mera teoria, che io chiamo "Teoria dell’uomo bestia" e che ha ispirato la mia canzone “L’uomo bestia”(1). Di solito, quando non si riesce a dimostrare un assunto, è “scientifico” rivolgersi verso altre direzioni, battere nuove strade, prendere in considerazione ipotesi diverse. Per l’evoluzionismo non è così, e sono ormai due secoli che questa aberrazione viene ostinatamente divulgata come cosa praticamente certa, l’uomo bestia… con Piero in testa.
Pazienza se a ogni pie’ sospinto dobbiamo retrodatare di un ennesimo milione di anni la comparsa dell’homo sapiens sulla terra. Pazienza se veniamo a sapere che l’uomo di Neandertal era perfettamente in grado di parlare, e non era né peloso né curvo. Ma perché nulla di tutto questo finisce sui sussidiari della scuola dell’obbligo? Forse perché l’evoluzionismo del bestialismo materialistico pratico deve essere vero a tutti i costi? SE NON C’È LA PROVA… Nel 1912 gli scienziati positivisti (cioè tutti, pena la scomunica accademica) cercavano il “famoso anello mancante” tra uomo e scimmia. Doveva esserci: dal momento che lo si cercava! Dato che lo pterodattilo era (secondo loro) l’anello di congiunzione fra rettili ed uccelli (come dire che il divano discende dal bastone passando per lo sgabello, la sedia e il letto; oppure che il pipistrello è l’anello intermedio tra il topo e l’aquila) bisognava trovare un “homo” mezzo scimmia. Per forza. E a trovarlo doveva essere, altrettanto per forza, un homo britannicus, cioè il massimo punto d’arrivo dell’evoluzione. E così fu. Il geologo Charles Dawson e il direttore del dipartimento di geologia del British Museum, Arthur Smith Woodward, annunciarono alla londinese Geological Society e al mondo intero che, sì, a Piltdown, nel Sussex, finalmente l’anello mancante era venuto alla luce. L’“eoanthrupus dawsoni” (così fu battezzato!) consisteva in un pezzo di calotta cranica umana con una mandibola inequivocabilmente di scimmia. Il discusso (già allora) gesuita Teilhard de Chardin, paleontologo dilettante, precipitò sul luogo, e trovò un dente scimmiesco che sicuramente apparteneva all’Uomo di Piltdown. Dawson, l’eccezionale scopritore, ebbe la straordinaria ventura di trovare un secondo Uomo di Piltdown, due anni dopo, a Sheffield Park. Dopodiché morì, sazio di onori, nel 1916. Il suo homo piltdowni, accuratamente ricostrulto (un pezzo di cranio e di mandibola; il resto, tutto il resto, era cartapesta) e munito di diorama in stile, fece bella mostra di sé al prestigioso British Museum in una sala dove le scolaresche venivano quotidianamente portate in religioso pellegrinaggio. … LA COSTRUIAMO Per cinquanta lunghi anni l’Uomo di Piltdown fu la prova provata che discendiamo dalle scimmie, e guai agli oscurantisti che si azzardavano a mettere in discussione il dogma: l’inquisizione in camice bianco prima li riduceva alla fame, poi al silenzio e infine alla disperazione. E senza processo. Ebbene, solo nel 1953 si venne a sapere che la mascella dell’Uomo di Piltdown non era sua, ma di un orango, morto di recente: i condili erano stati limati per farli combaciare col pezzo di cranio e i denti erano stati “invecchiati” col pennello. Ma i tre imbroglioni perché avevano imbrogliato? Woodward finì presidente della Geological Society; Dawson ebbe l’ambitissimo titolo di Honorary Collector del British Museum; Teilhard fu intronizzato in una cattedra universitaria di geologia a Parigi. Si venne a sapere (ma decenni dopo) che quest’ultimo aveva lavorato agli scavi con Dawson fin dal 1908. Ora, accanto al cosiddetto Uomo di Piltdown, i tre "scienziati" avevano trovato un femore di mammuth e lo lavorarono per farne una mazza. Doveva risultare che l’Uomo di Piltdown se ne serviva per andare a caccia. Così nasceva la cultura dell’uomo-bestia, esattamente divulgata poi da Stanley Kubrick nel suo "2001 Odissea nello spazio" con la trasformazione della scimmia in uomo per influsso del misterioso monolito. UN COMPLICE ZOOLOGO Poi si scoprì addirittura che il terzetto era un quartetto, e che era stato lo zoologo (sempre del British Museum) Martin A. Hinton a sottrarre dalla raccolta del museo l’osso in questione, a limarlo per farlo assomigliare a una mazza da cricket e a seppellirlo negli scavi. Credi che la scoperta di quella truffa del 1953 fosse dovuta ai nuovi metodi scientifici, al Carbonio 14, o all’uso del radio, ecc.? Niente affatto. C’era già un sacco di gente nel 1912, convinta che Piltdown fosse un falso, gente che conosceva bene i protagonisti della vicenda, e li sapeva capaci di tutto, dato che li aveva già visti all’opera in altre occasioni. Ma il British Museum, per più di quarant’anni, impedì a chiunque di esaminare i resti di Piltdown. Anche gli esperti dovevano accontentarsi di ammirarli dietro un vetro, o di maneggiarne copie. Il bubbone scoppiò proprio nel 1953 durante un congresso internazionale, grazie alle proteste di un gruppo di scienziati che prese a sciorinare i propri dubbi sulle riviste più prestigiose. Certi vizi, però, non perdono mai il pelo, e nei libri di scuola si continua a far credere che l’uomo è praticamente una bestia, e che come tale deve essere costretto in leggi e in leggine (circa 250 mila attualmente!). E nessuno, fra l’altro, si chiede per quale ragione, se si accetta che l’uomo discende dalla bestia, il legislatore dovrebbe essere meno bestia... ORIGINI “SGRADITE” DELL’UOMO-BESTIA Le prove frequentemente negate (ritenute “inesistenti” dalla scienza ufficiale) che smentirebbero le teorie evolutive dell’uomo e confermano una presenza ben più antica dell’era Quaternaria dell’uomo “a. m.” (anatomicamente moderno), sono il frutto di un meticoloso lavoro di scavo filologico condotto da Michael Cremo e Richard Thompson su di una vasta letteratura scientifica di carattere paletnologico che risale fino allo scorso secolo. Nel libro edito nel 2002 in Italia dal Gruppo Futura della Jackson Libri, si trova la sintesi in 450 pagine, con 50 circa di bibliografia specifica dell’opera originale americana di 1000 pagine destinata ad un pubblico specializzato meglio nota come "Forbidden Archeology: The Hidden History of the Human Race," edita negli Stati Uniti dalla Bhaktivedanta Book Trust-International. Il lavoro assume una consistenza significativa sul piano scientifico ordinario e su quello scientifico spirituale (per l’antroposofia di Rudolf Steiner la discendenza dell’uomo dalla scimmia è qualcosa di ridicolo e assurdo). Forse è la prima raccolta di tutte quelle prove sgradite, dimenticate e spesso sistematicamente “occultate” dall’entourage accademico ufficiale di paleontologi umani che sarebbe andato smarrito nelle riviste specializzate dei secoli scorsi, quindi abbandonate a nuova divulgazione o alla riscoperta di quei meccanismi spesso perversi meglio noti come “filtraggio delle conoscenze” se non “soppressione diretta”, ancor oggi molto in voga, che lo scorso secolo appunto impedirono un qualsiasi riconoscimento a tutto ciò che non coincideva con la teoria dominante sull’evoluzione umana. I due autori (ricercatori in filosofia della scienza e autori di pubblicazioni sulla biologia dell’evoluzione) sono legati all’Istituto Bhaktivedanta di San Diego, quindi facilmente attaccabili dai “professori nostrani”, poiché legano le loro opinioni circa le origini dell’uomo non alle teorie materialistico-adattative di ispirazione darwinista, ma alla letteratura sapienziale vedica, testimone quest’ultima di una estrema ed imprecisata antichità del genere umano sul pianeta. Si tratta dunque di un prezioso lavoro soprattutto per il fatto che, nonostante la visione religiosa possa pregiudicarlo agli occhi delle varie “comunità scientifiche” italiane ed internazionali di archeologi preistorici, la grande capacità degli autori è stata proprio quella di aver utilizzato negli otto anni di lavoro filologico le cosiddette “armi dell’avversario”. Come ha fatto notare nella sua prefazione al libro il professore Philipp Jhonson autore di “Processo a Darwin” e docente di Legge a Berkeley, la conseguenza è che “tutte quelle testimonianze che non rientravano nei canali ortodossi del modello preconcetto dell’evoluzione umana, scomparendo dalla stampa” e divenendo “invisibili”, risultano a tutt’oggi “mai avvenute”, onde l’impossibilità che concrete teorie alternative sulle origini dell’uomo possano avere un minimo riconoscimento. Il volume si divide in due parti. Nella prima, sono esaminate le prove controverse che decisamente contraddicono le attuali teorie evolutive, nonostante tali prove siano “equivalenti a quelle che sostengono le correnti teorie sulle origini dell’uomo”. La seconda parte è dedicata a quelle prove che sostengono le attuali teorie dominanti in ambito paleoantropologico. Per leggere i primi passi del mosaico sgradito ricostruito dagli autori è bene aver presente che quando il darwinismo andava affermandosi, una vera e propria storia delle origini (paleoantropologia) chiaramente tracciata, non esisteva, motivo per cui molte scoperte effettuate, riferite ed in parte confutate (per la smentita) oggi non verrebbero prese sul serio da nessuno, soprattutto considerando la presenza di scheletri od ossa anatomicamente moderni in strati decisamente pre-pleistocenici (roba da “fantascienza” direbbero in molti). Questo è difatti il primo punto di forza della trattazione: riscoperta di rapporti relativi a “scheletri e oggetti lavorati che risultano anormalmente antichi, venuti alla luce soprattutto tra la fine del diciannovesimo secolo e del ventesimo secolo”. Insomma, dicono gli studiosi, è necessario contemplare entrambi i tipi di documentazioni; sia quelle “anomale” quindi offuscate, sia quelle costituenti le prove generalmente accettate. Molte ossa animali incise, spezzate, tagliate furono trovate nei decenni successivi alla pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin, le quali probabilmente suggerivano una presenza umana addirittura nel Pliocene, nel Miocene e forse in periodi perfino anteriori. ANOMALIE La casistica prende in esame gli esempi delle ossa incise tardo-plioceniche di St. Prest in Francia, le ossa e corna di cervidi con segni intenzionali umani di Old Crow River in Canada, le sei ossa di mammuth del deserto di Anza-Borrego in California, la mascella inferiore con quattro incisioni profonde, corte e parallele del rinoceronte medio-miocenico (15 milioni di anni) di Billy e molti altri ancora. Che molti dei ricercatori che fornirono queste relazioni siano stati vittime di aberrazione mentale pretestuosa nello scorso secolo può anche esser probabile, ma non è improbabile che nella maggior parte dei casi abbiano sempre trovato pronta ed onnipresente una figura istituzionale come quella del De Mortillet, nello smentire e “sconfessare” ogni ipotesi non lecita al nuovo dogma imposto sulle origini. LE PIETRE DELL’ALBA Proseguendo l’analisi della raccolta di emblematiche testimonianze controverse, il racconto prosegue nei vari aneddoti relativi agli “eoliti” e “paleoliti” di fabbricazione arcaica e più recente, che costituiscono ben tre capitoli della prima parte dell’opera. I primi (eoliti), le pietre dell’alba, in particolare quelli del Kent e Red Crag in Inghilterra, sembra fra le varie ipotesi che potessero risalire al medio-tardo Pliocene. Nel lavoro emergono altresì interessanti rapporti di smentita del tempo, che tendevano ad affermare che gli eoliti furono prodotti della natura, e non manufatti artificiali; tra questi infatti vi era il dossier Breuil con il quale il celebre abate rigettava appunto qualsiasi intervento umano ribadendo l’origine relativa a pressione geologica, a suo dire analoga agli oggetti “eocenici” di Clermont in Francia definiti “pseudo-eoliti”. Gli autori fanno notare poi che un’altra famosa autorità in materia di tecnologia litica come il Patterson ritiene che la scheggiatura dovuta a pressione molto raramente può produrre segni circolari di percussione ben visibili. Ancor più sorprendente è il fatto che lo stesso Breuil accettò come autentici gli utensili del Pliocene di Red Crag a Foxhall e riconobbe che alcuni reperti dello strato sottostante a Red Crag erano identici ai famosi utensili in pietra scheggiata, formazioni sottostanti che potevano avere dai 2 ai 55 milioni di anni, accettando poi in un libro postumo (1965) la possibile autenticità di un certo numero di schegge. Il testo prende poi in esame anche una lunga serie di casi famosi osteologici che riguardarono gli scheletri di Castenedolo di epoca Pliocenica a detta dello stesso celebre prof. Giuseppe Sergi. COME SI ESERCITA IL “FILTRAGGIO DELLE CONOSCENZE” O MEGLIO LA “SOPPRESSIONE DIRETTA” Per poi comprendere i meccanismi di potere interni alla paleontologia umana è bene leggere attentamente i casi relativi alle scoperte di Sheguiandah (Canada), Hueyatlaco (Mexico), Sandia Cave (New Mexico), dove scienziati scopritori di reperti in contesti anomali “maledirono” il giorno in cui effettuarono determinati ritrovamenti. A Sheguiandah, “lo scopritore (Lee) del sito fu cacciato dal suo impiego presso il servizio civile e gli venne rifiutato ogni lavoro per lungo tempo, i canali di pubblicazione vennero tagliati e le prove distorte da autorevoli scienziati della casta dominante”, tonnellate di manufatti sembra che andarono dispersi nei bidoni deposito del Museo Nazionale del Canada ed il “dott. J.Rousseau che aveva proposto di far pubblicare una monografia sul sito venne licenziato e mandato in esilio” (N.B: non sono esagerazioni). La maggior parte di queste relazioni vennero poi pubblicate dal giornale antropologico del Canada fondato e pubblicato dallo stesso Lee. Quasi identica sorte per la ricercatrice Virginia Steen-McIntyre per i ritrovamenti degli utensili litici in situ, datati a circa 250 mila anni fa (correlati a H.Sapiens Sapiens), considerata poi negli ambienti ufficiali un’“opportunista, calunniata con taglio dei finanziamenti e con relazione inspiegabilmente ritardata per molti anni”. Sembrerebbe quindi valere la massima secondo cui qualora “i fatti non corrispondono alla teoria favorita, sono i fatti che devono sparire”, sebbene proprio per la quantità impressionante dei dati e delle occasioni verificatesi non si dovrebbe lasciar poi molto adito a quei dubbi che invece fioriscono numerosi quando si passano in rassegna le prove certe di una poco probabile “evoluzione”, graduale, intermittente, multiregionale o monocentrica che sia. Si pensi inoltre che proprio Alfred Russel Fallace, che insieme a Darwin condivise il merito di aver ipotizzato la teoria ben nota, ritenne con notevole costernazione che elementi o prove di una esistenza di esseri umani anatomicamente moderni nel Terziario tendevano ad essere “attaccate con tutte le armi del dubbio, dell’accusa e del ridicolo”. LA SCIENZA FONDATA SUL CASO? L’esame dettagliato dei singoli problemi ed aspetti di ognuna delle più famose scoperte con relative ambiguità ed elementi controversi ha portato gli autori a formulare la seguente serie di opinioni circa i ritrovamenti africani sull’evoluzione umana: “esiste una quantità considerevole di prove provenienti dall’Africa che suggeriscono che esseri simili agli umani anatomicamente moderni fossero presenti nel primo Pleistocene e nel Pliocene; falsa è di conseguenza l’immagine dell’Australopiteco come bipede terrestre molto umano, e discutibile la condizione di antenati di quest’ultimo e dell’Erectus rispetto all’uomo, nonché la posizione dell’Homo Habilis come specie distinta […] Il quadro dei collegamenti evolutivi proposti sembra essere tutt’altro che chiaro, bensì caotico e confuso come quello ovviamente di una scienza che ha le sue leggi fondanti nel caso, nell’utile e nell’economicismo materialistico di contemporanea memoria”. Condividendo le affermazioni del ricercatore Mario Giannitrapani, redattore di questa pagina(2), alla quale ho aggiunto mie considerazioni, mi unisco a lui nell’auspicio che questo lavoro abbia il successo che merita, ovviamente “ben diverso da quello che rivestirebbe un comune best-seller che vuol diffondere clamore, sensazione e popolarità, bensì possa avere l’opportunità di evidenziare e rendere sempre più nota la profonda inesattezza e parzialità delle testimonianze addotte per spiegare la presunta speciazione evolutiva della più antica e della prima storia umana”. Chi sa osservare come il divenire si manifesti nel "pensiero" dei materialisti darwinisti convinti, ha di fronte il fatto che costoro credono che da un animale come la scimmia, salti poi fuori, come dal cappello di un prestigiatore, l’uomo. Da bravi scienziati naturalisti costoro si formano prima il concetto di una sorta di scimmia e poi quello dell’uomo. Però non esiste in natura il corrispondente oggetto di percezione di tale passaggio, proprio perché tale passaggio è solo una elucubrazione astratta non poggiante su dati reali di osservazione. Ciò è stato d’altra parte diligentemente dimostrato nel 1971 da Björn Kurtén nel suo libro "Inte från aporna" di cui riporto qui di seguito la pagina iniziale dell’edizione italiana:
“lo non mi sono accinto a dimostrare le tesi che seguono. Al contrario queste vennero formulate gradualmente nel corso del lavoro, e molte sono contrarie alle mie stesse convinzioni precedenti. 1. La stirpe dell’uomo da un lato, gli antropoidi e le scimmie dall’altro, sono separati da più di trentacinque milioni di anni. 2. L’uomo non è derivato dalle scimmie antropomorfe. Sarebbe più corretto affermare che gli antropoidi e le scimmie inferiori trassero origine da antichi progenitori dell’uomo. La distinzione è reale: nelle caratteristiche in discussione l’uomo è primitivo, gli antropoidi e le scimmie sono specializzati. 3. I nostri antenati furono arboricoli sino a circa dieci milioni di anni or sono, e discesero dagli alberi tra cinque e dieci milioni di anni fa. 4. I nostri progenitori non furono costretti ad abbandonare gli alberi in conseguenza di qualche tipo di crisi quale la distruzione della foresta per essiccamento. Essi scesero al suolo per invadere un nuovo, favorevole spazio vitale. 5. Forse si è insistito troppo sulle differenze di comportamento sessuale. Vi è motivo di sospettare che non esistesse una divisione assoluta tra maschi raccoglitori di foraggio - cacciatori - lottatori da un lato, e femmine casalinghe - dedite alla cura dei piccoli dall’altro. 6. Il genere umano si è ripetutamente suddiviso in specie distinte, che si estinsero tutte salvo una, presumibilmente a causa della competizione se non di un conflitto diretto o di un combattimento. 7. La selezione naturale è ancora una forza vitale nell’evoluzione umana. Ben lungi dall’essere scomparsa, la selezione per mortalità differenziale esiste tuttora, e la sua importanza probabilmente si accrescerà. Il dattiloscritto è stato letto dal dottor W. W. Howells e dal dottor S. J. Gould (Cambridge, Mass.), e da C. S. Coon (Gloucester, Mass.). Esprimo la mia riconoscenza per i loro commenti e per l’aiuto editoriale. Gli errori restanti sono miei. BJÖRN KURTÉN Cambridge (Mass.), dicembre 1970”(3)
--------------------------------------------------------- (1) Il brano è prelevabile gratuitamente al sito: http://sovranitamonetaria.org/poesie_e_canzoni/dardo_gagliardo_antigattopardo.html ; per il testo vedi: http://digilander.libero.it/nereovillarisponde/canzoni_antigattopardo.htm (2) http://www.controluce.it/giornali/a06n09-10/15origi.htm ; vedi anche http://adminfacs.doing.it/default.asp?M=79%7C42%7C40%7C0 . (3) da Björn Kurtén, "Non dalle scimmie", Ed. Einaudi, Torino, 1972. |
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Commento senza titolo - 11:51 AM, Jul. 16, 2006
Ho letto l'intervento su Filosfia.eu.Quello che non mi torna è il motivo per il quale si è deciso di agire in questo modo. Perché, in altre parole, esiste il Signoraggio? Perché, senza voler parlare per luoghi comuni, molti uomini hanno questa specie di tensione che li induce a mettersi al di sopra degli altri e a sottometterli?
Mi chiedo perché potendo scegliere per il bene di, comunque, una grande maggioranza di uomini (dato che mi sembra un po' improbabile fare proprio il bene di tutti), si sia quasi sempre (?) scelto per il proprio (minoranza)?
E poi un'altra cosa. Tu hai fiducia nel genere umano?
E, ancora, per te cosa è la giustizia?
Ciao.
Alessandra
Posted by Anonymous