alienino - 09:01 AM, Oct. 31, 2006 |
ALIENINO
Quando una persona è un faxsimile di umano in quanto dentro ha perso pressoché completamente la propria umanità, non si tratta più di un essere umano negativo o cattivo, ma di un alieno o di un alienato. Per benevolenza lo puoi chiamare anche “alienino”, o per far corto “nino”. Però se tu dici ad un “nino”: “Sei un alieno”, costui è presumibilmente contento di essere riconosciuto diverso da te. Perciò con costoro bisogna fare massima attenzione alle parole, per non rischiare di ingrandire l’alienazione stessa. Infatti l’io (umano) non fa ad un altro io quello che non vorrebbe fosse fatto a sé. Ecco perché riconoscere l’altro come io non umano può essere fatto solo per metterlo in fuga, non per accoglierlo in noi stessi come “umanità”, dato che non di umanità si tratta, ma di faxsimile di umanità, cioè di antiumanità. Ne viene dunque un’esigenza: occorre metterlo in fuga affinché l’io vero emerga, e l’alienazione incominci a dileguarsi per poi scomparire da quella persona (o da noi, perché il discorso può essere anche invertito, in quanto anche noi stessi potremmo rischiare di essere o di agire secondo criteri di disumanità o antiumanità). Ma la cosa è alquanto seria, dato che questa esigenza può essere soddisfatta solo “da chi ha la facoltà di amare”. Questa affermazione (di un mio conoscente filosofo) è molto saggia, e tenterò di approfondirla. Infatti, anche se sappiamo smascherare l’alienino (la cui maschera è sempre fatta di armamenti “necessari” per la guerra giusta o santa), e magari sappiamo anche dirgli che quegli armamenti non hanno senso (dato che il vero campo di battaglia è interiore), la capacità di smascherare “nino” si chiama umanità profonda. Occorre sapere sperimentare in noi stessi il “pensiero” dell’alieno, per percepire cosa esso fa accadere dentro l’umano che è in noi. Perciò delle due l’una: o sai amare, oppure non sai amare. E di “nini” in giro ce n’è un sacco ed una sporta. Quindi mi chiedo “Nereo, davvero sei in grado di amare un tuo simile?” Di fronte a un “nino”, come ti poni? La risposta è: “No, io non so amare”. A questa affermazione si contrappone in me, dato che non nego di avere la mia buona dose di “ninismo schizofrenico”, quella contraria: “Io so amare a modo mio”. A modo mio significa: INGRANDIRE. Se l’ingrandire è autentico, è soprattutto anche ingrandimento del “peccato” (se ve n’è) al fine di averlo più facilmente di fronte per maneggiarlo, cioè controllarlo. Se la mia compagna non mi mostra il mio errore (il mio “peccato”), significa che non mi ama (per vari motivi, per es., per paura delle mie reazioni, o perché non ha interesse a ingrandirmi, ecc.). Chi o cosa stabilisce che quello è un errore? Il contenuto del concetto di criterio o di parametro con cui è possibile valutare un atto, permette l’agire conviviale. Per esempio, se due felini stanno per mangiare non si fanno molti complimenti: chi afferra di più mangia di più. La convivialità non è, qui, un problema. Due esseri viventi che, invece, hanno forma umana non possono comportarsi in modo felino (o “feli-nino”, aha aha aha aha), perché dal momento che si comportano in modo felino incominciano ad essere umani solo formalmente. Il comportamento formale, che tradisce un sostanziale comportamento animale non è conviviale. E se fra te e me c’è un’eccedenza di convivialità da parte tua o da parte mia, essa dovrebbe poter essere condivisa, dato che la qualità del convivere migliorerebbe il livello conviviale, con effetto benefico per entrambi. Per esempio, se mi accorgo che tu non esegui bene quel dato compito rispetto a come saprei svolgerlo io, dovrei insegnarti a fare meglio, oppure espletare io stesso l’incombenza, in modo da agevolarti in qualche modo (ciò che conta è non rendere l’altro dipendente da noi stessi: l’altro deve sapere che, se vuole, può fare anche lui quella determinata cosa). Lamentarci del fare altrui, da noi reputato inadeguato, è comunque sempre semplicemente sterile. Dunque è solo ingrandendo l’altro che io posso amarlo. Questo è il mio limite, dato che non sono per nulla in grado di amarti senza ingrandirti o beneficarti. Dunque, o “nino”, amarti come essere animale, o come mero appartenente alla specie umana, è per me equivalente al non amarti. Oppure equivale all’ipocrisia dell’amore, dato che amare l’altro ha sempre a che fare con la ricerca dell’unità. Qui, la riflessione pensante si accorge subito che si entra in una dinamica che vale non solo nell’ambito di una partnership di tipo coniugale, ma che tale ricerca di unità riguarda svariati campi, e perfino per esempio quello del welfare, della tassazione, ecc., dato che la problematica è in fondo la stessa che fa litigare - sempre fuori luogo in realtà - i politici fra di loro, là dove il problema è sempre paradossalmente un altro. Ma per non estendere troppo questi concetti, mi limito a ripetere quanto vado dicendo da anni su questo argomento che ho chiamato a volte il “paradosso dell’amore” vedi per esempio http://www.filosofia.eu.org/mostramessaggio.php?idmsg=19558 e che sintetizzo così: da un lato ti innamori di qualcuno, perché costui ti evoca tutte le (o alcune delle) persone a cui eri attaccato da piccolo, e dall’altro chiedi a costui di riparare quei torti che quei dati genitori o parenti ti fecero subire. Dunque l'amore ha in sé la paradossale contraddizione fra il tentativo andare indietro nel tempo e quello di annullare quel tempo (in cui hai sofferto per quei torti). Da questo punto di vista è stato ipotizzato (Woody Allen) che l’amore contenga in sé la contraddizione tra il tentativo di tornare al passato e il tentativo di annullare il passato. Credo che questa ipotesi di W. Allen sia qualcosa di valido, anche nel campo meramente individuale, o di single. Per essere in presenza di una vera vita conviviale soddisfacente (non solo con la persona che ami, ma con tutti) occorre dunque imparare a litigare con noi stessi, fino ad ottenere la assolutamente necessaria autonomia affettiva. In ogni essere umano albergano infatti due emisferi di materia grigia. Da un lato, si opera per l'immaginazione creativa assoluta, dall'altro per la logica assoluta. Di solito non sfruttiamo un gran che le possibilità che esse offrono, e inoltre tendiamo ad usare più l’una a discapito dell'altra. Per cui nascono poi le fissazioni (destra, sinistra, rosso, nero, ecc.) e le idiosincrasie, le psicosi e le nevrosi. Credo pertanto, e questo è il mio auspicio, che sarà compito di tutti in futuro sfruttare sempre di più le possibilità di tutti i nostri poteri, per costruirci un mondo sempre più autenticamente conviviale. |
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